Da inizio ottobre 2026 c’è una funzione nuova in Google Ads che risolve un problema vero: la diffidenza.
Quando Google propone di lasciar scrivere i titoli degli annunci alla sua intelligenza artificiale, la reazione normale è no. Non per principio: perché nessuno vuole scoprire dopo, dai risultati, che il proprio marchio è andato in giro a dire cose che non avrebbe mai detto.
Adesso si può guardare prima.
Come funziona, in trenta secondi
Dentro una campagna sulla rete di ricerca, nuova o esistente, nella sezione dedicata all’ottimizzazione delle risorse, inserisci l’indirizzo della tua pagina di destinazione. L’intelligenza artificiale di Google la legge, e in circa trenta secondi ti restituisce fino a dieci titoli e descrizioni di esempio: quelli che userebbe, se le dessi il permesso.
Il punto che rende utile la cosa: vedi l’anteprima senza attivare niente. Guardi, valuti, e decidi dopo.
| dove si trova | sezione di ottimizzazione delle risorse, in una campagna di ricerca |
|---|---|
| cosa serve dare | l’indirizzo della pagina di destinazione |
| quanto ci mette | circa trenta secondi |
| cosa restituisce | fino a dieci titoli e descrizioni di esempio |
| lingue | tutte quelle supportate dalla personalizzazione del testo, italiano compreso |
| categorie | quasi tutte, esclusi i contenuti per adulti |
Un avvertimento che Google stessa mette, e che va preso sul serio: quelli sono esempi. Il testo che verrà davvero pubblicato può essere diverso. L’anteprima serve a farsi un’idea del tono e del tipo di messaggio, non a firmare un contratto su ogni parola.
La cosa più utile non è quella per cui l’hanno fatta
Qui sta il motivo per cui vale la pena provarla anche se poi la funzione la lasci spenta.
Quell’intelligenza artificiale non inventa dal nulla: legge la tua pagina. Se quello che ti restituisce è generico, sbagliato, o parla di un’altra azienda, il problema quasi mai è l’intelligenza artificiale.
È che la tua pagina non dice chiaramente cosa fai, per chi, e perché dovrebbero scegliere te.
È uno specchio, e per molte aziende è il primo specchio onesto da anni. Vale lo stesso discorso che facciamo su cosa serve davvero prima di rifare un sito. Se un sistema che legge professionalmente migliaia di pagine al giorno, letta la tua, ne ricava «soluzioni su misura per ogni esigenza», quella frase da qualche parte sulla tua pagina c’è. E se c’è lì, la stanno leggendo anche i clienti.
Da fare, anche senza attivare niente: prendi le tre pagine su cui mandi più traffico, mettile una per volta nell’anteprima, e leggi cosa ne esce. In dieci minuti hai una diagnosi che nessuno ti aveva mai dato.
Le regole di stile, che adesso può usare chiunque
C’è una funzione collegata, aperta a tutti gli inserzionisti del mondo dal febbraio 2026: le linee guida sul testo. Servono a dire al sistema cosa può e non può scrivere.
È lì che si mette il recinto: il nome del marchio sempre scritto così, mai promesse su tempi di consegna, mai la parola «economico», sempre il riferimento alla garanzia. Senza quelle regole l’automatismo scrive quello che gli sembra ragionevole, e ragionevole per un sistema non è sempre ragionevole per chi risponde al telefono.
Chi lavora in settori con vincoli, sanità, finanza, servizi professionali, prima scrive le regole e poi guarda l’anteprima. Nell’ordine inverso si spaventa e basta.
Il consiglio pratico
E non è la prima funzione che Google accende da sola o propone di accendere: le promozioni automatiche ne sono un altro esempio, ed è una schermata da controllare ogni mese.
Non è una funzione da attivare o rifiutare in blocco. È una da provare con metodo.
Guarda l’anteprima. Costa trenta secondi e non impegna a niente.
Se quello che leggi è buono, prova la personalizzazione del testo su una campagna sola, non su tutte, e tieni gli annunci scritti da te accanto a quelli generati: il confronto si vede nei numeri dopo due settimane.
Se quello che leggi è brutto, non chiudere la finestra dicendo che l’intelligenza artificiale non funziona. Chiediti perché ha capito così, e vai a leggere la pagina che le hai dato in pasto. Nove volte su dieci la risposta è lì, e sistemarla migliora tutto: le campagne, il posizionamento naturale, e le persone che arrivano sul sito senza capire cosa vendi.



